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FAQ

Le risposte alle domande più frequenti

 L’Agenzia delle Entrate notifica spesso avvisi di accertamento sulla base delle rilevate incongruenze tra il reddito dichiarato e quello fondatamente attribuibile al contribuente sulla base dei coefficienti stabiliti dal DM 10.09.1992 di attuazione dell’art. 38 del D.P.R. n. 600/1973.

L’art. 22 del D.L. n. 78 frl 31 maggio 2010, conv. dalla L. 212/2010, ha modificato la disciplina dell’accertamento sintetico riscrivendo totalmente i commi da quattro a otto dell’art. 38 del D.P.R. n. 600/1973 il comma 7 dello stesso stabilisce ora che “l’ufficio che procede alla determinazione sintetica del reddito complessivo ha l’obbligo di invitare il contribuente a comparire di persona o per mezzo di rappresentanti per fornire dati e successivamente, di avviare il procedimento di accertamento con adesione ai sensi dell’art. 5 del d.lgs 19 giugno 1997 n. 218”.

La Suprema Corte di Cassazione, Quinta sezione tributaria, con la sentenza n. 13289/2011 depositata in data 17 giugno 2011, ha stabilito che il redditometro costituisce una “presunzione semplice”. I Giudici in motivazione aderiscono alla tesi espressa nei gradi di merito. L’accertamento da redditometro viene in tutto assimilato ad ogni altro accertamento “da coefficienti”: da ciò deriva che la presunzione su cui si fonda l’atto amministrativo è meramente semplice, i cui requisiti di gravità, precisione e concordanza non sono astrattamente definiti ex lege: è solo grazie al contraddittorio che i dati statistici su cui si fondano le tabelle si adeguano alle concrete caratteristiche del contribuente. Questa impostazione assimila in tutto l’accertamento da redditometro a quello da studi di settore. La Corte di Cassazione, con le sentenze da 26635 a 26688 depositate in data 18.12.2009 e rese a Sezioni Unite con specifico riguardo agli Studi di Settore ha rilevato come il contraddittorio costituisca «…il mezzo più efficace per consentire un necessario adeguamento delle elaborazioni parametriche alla concreta realtà reddituale oggetto dell’accertamento». Tuttavia, occorre ricordare che la stessa Corte di Cassazione ha ripetutamente ribadito che il redditometro costituisce una presunzione legale relativa. Ne consegue che il semplice scostamento tra reddito dichiarato e reddito da dm 10.09.1992 sarebbe, di per sé, sufficiente a legittimare l’accertamento. Sul contribuente incomberebbe così l’onere di fornire la prova contraria (nei termini di cui al citato art. 38/600): nemmeno il Giudice potrebbe “superare” questo schema essendo anch’egli vincolato alle risultanze del citato dm, al punto che la Corte di Cassazione ha negato allo stesso la possibilità di relegare l’accertamento da redditometro a mera presunzione semplice. In buona sostanza, l’effetto di questa nuova linea interpretativa è certamente dirompente; invero, aderendo alla nuova corrente il Giudice apprezzerebbe le risultanze del redditometro come una mera presunzione semplice, non essendo pertanto vincolato a questa, perciò prima ancora di valutare la “tenuta” della prova contraria eventualmente addotta dal contribuente.
La Corte di Cassazione continua a negare che il contraddittorio assorga a rango di principio di carattere generale – tuttavia, la sentenza n. 13289/2011 del 17.06.2011, costituisce certamente un’evoluzione rispetto al passato che nel consentire un progressivo bilanciamento dell’Amministrazione finanziaria (che ormai sistematicamente procede in via induttiva per ricostruire redditi e volumi d’affari) tutela il contribuente.
In verità, secondo l’Avvocato Egidio Caredda, il cittadino-contribuente sarà effettivamente tutelato contro il potere assoluto dell’Agenzia delle Entrate quando il contraddittorio diventerà necessario al fine di assicurare legittimità formale all’atto di accertamento; invero, il contraddittorio cittadino/Agenzia delle Entrate dovrebbe costituire, in un moderno stato di diritto, un dovere giuridico.

Per quanto sopra, è dunque certamente possibile contrastare le pretese dell’Agenzia delle Entrate, previa analisi e studio degli atti notificati al cittadino/contribuente; laddove si evincano importanti doglianze da rappresentare giudizialmente sarà possibile predisporre un ricorso in opposizione all’atto notificato dall’Agenzia delle Entrate.

 La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n°18049 del 2 settembre 2011 ha accolto il ricorso di un’automobilista che si era visto notificare sette verbali nel vecchio indirizzo ancora indicato nella carta di circolazione. In sostanza secondo la Suprema Corte è nulla la notifica della multa effettuata presso l’indirizzo dell’automobilista indicato nel PRA (Pubblico Registro Automobilistico), se il trasgressore si è trasferito in una nuova abitazione. Il caso a Napoli. Una signora aveva ricevuto una serie di cartelle esattoriali per violazioni del codice della strada. In particolare sette di queste erano state notificate presso un indirizzo che risultava al PRA e sulla carta di circolazione: il portiere le aveva trattenute. Contro questi atti la donna ha presentato ricorso al Tribunale di Napoli. I Giudici di merito hanno respinto l’opposizione perché, hanno motivato, “la legge ammette la notifica all’indirizzo ufficiale risultante al PRA, sicché l’articolo 201 del codice della strada non fa che operare una finzione giuridica diretta a rendere valida una notifica avvenuta nel luogo risultante dai registri del PRA anche se il destinatario risulta sloggiato”. Contro questa decisione la donna ha presentato ricorso alla Suprema Corte di Cassazione. Con il primo motivo di gravame ha lamentato una falsa applicazione dell’art. 201 del codice della strada che, secondo la difesa, non legittima una notifica virtuale ma reale. I Giudici hanno accolto questa tesi precisando in sentenza che “la disposizione contenuta nel terzo comma dell’art. 201 del codice della strada – a norma del quale «comunque, le notificazioni si intendono validamente eseguite quando siano fatte alla residenza, domicilio o sede del soggetto, risultante dalla carta di circolazione» – non è innovativa rispetto alla disposizione dell’art. 141 dell’abrogato codice della strada, dovendosi anch’essa interpretare nel senso che la validità della notificazione non è fondata sul semplice tentativo della stessa presso uno dei luoghi risultanti dai documenti ivi menzionati, bensì sul necessario espletamento delle formalità previste per l’ipotesi d’irreperibilità del destinatario, sia per quanto riguarda la notificazione ordinaria, sia per quella postale”. Da ciò deriva, ha aggiunto il Collegio di legittimità, che nell’ipotesi di trasferimento del trasgressore «in un luogo non annotato sulla carta di circolazione, la notificazione (sia ordinaria che postale), per essere valida, richiede necessariamente l’espletamento delle formalità previste dall’art. 140 Cod. Proc. Civile per il caso d’irreperibilità del destinatario». In buona sostanza, non è sufficiente lasciare il verbale al portiere ma vanno espletate tutte le formalità previste dal Codice Civile fra cui in ultima analisi l’affissione del verbale nella casa comunale. La Suprema Corte ha deciso la causa nel merito e, non essendo sufficienti altri accertamenti di fatto, ha annullato la notifica.

L’esortazione dell’Avvocato Egidio Caredda alla tutela dei propri diritti ai quali non si deve rinunciare mai, implica la totale diffidenza dai soliti luoghi comuni sui tempi lunghi dei processi; tuttavia, è dovere del professionista informare adeguatamente il proprio assistito sulle eventuali difficoltà che potrebbero derivare da una controversia particolarmente complessa.

Nella consapevolezza dell’ importanza di privilegiare il rapporto diretto con il cliente a garanzia della qualità del servizio prestato, lo studio legale Caredda garantisce l’approfondimento di ciascun caso unitamente al cliente ricevendolo in studio settimanalmente sino al compimento del contenzioso o sino alla risoluzione della propria vicenda personale e/o aziendale. Grazie a questo metodo professionale lo studio legale Caredda è in grado di soddisfare le esigenze dei propri assistiti instaurando rapporti continuativi di consulenza e assistenza stragiudiziale e giudiziale.

Suggerimenti utili da sapere

Equitalia ormai ricorre a tutto pur di recuperare quanto possibile, anche ricorrendo a crediti di oltre venti anni addietro. Il metodo è sempre lo stesso, arriva una raccomandata con minaccia di iscrizione di un fermo amministrativo sulle autovetture possedute, se nei venti giorni successivi, il debitore non avrà dimostrato di aver pagato. Ma dove cercare eventuali documenti di pagamento a fronte di richieste risalenti a tanti anni fa? Non rimane che pagare, altrimenti non si potrà circolare con l’auto se non rischiando una sanzione pecuniaria da 714 a 2.859 euro, in caso di controllo stradale, come viene ben evidenziato nella raccomandata Equitalia. Nella stessa si mette pure in evidenza che «il presente atto ha natura di preavviso e, pertanto, non è autonomamente impugnabile». In poche parole: devi pagare perchè non hai spazi di difesa. E’ quanto sostiene Equitalia anche se ne ha già fatto le spese con le diverse condanne delle Commissioni tributarie subite per aver ipotecato immobili, nonostante le chiare disposizioni di legge, quando il debito del contribuente non era superiore agli 8.000 euro. Così facendo attraverso la raccomandata Equitalia fa credere al cittadino che non gli restano spazi di difesa, affermando che il preavviso di fermo non è impugnabile davanti alle Commissioni tributarie. Falso. La Suprema Corte di Cassazione a sezioni unite con sentenza 10672/2009 ha così deciso: «Il preavviso di fermo amministrativo ex art. 86, Dpr. n. 602 del 1973 che riguardi una pretesa creditoria dell’ente pubblico di natura tributaria è impugnabile innanzi al giudice tributario in quanto atto funzionale, in una prospettiva di tutela del diritto di difesa del contribuente e del principio di buon andamento della pubblica amministrazione, a portare a conoscenza del medesimo contribuente, destinatario del provvedimento di fermo, una determinata pretesa tributaria rispetto alla quale sorge ex art. 100 C.p.c. l’interesse del contribuente alla tutela giurisdizionale per il controllo della legittimità sostanziale della pretesa impositiva». Dunque, il contribuente può impugnare anche il fermo davanti all’organo competente. Come comportarsi? Se le richieste sono cadute in prescrizione e quindi il debito è inesistente, è necessario che si attivi in via giurisdizionale per affermare i suoi diritti. C’è poi da verificare se si possa dar dimostrazione dell’avvenuto pagamento, perchè potrebbero essersi verificati errori di accreditamento da contribuente a contribuente. Se poi non si ricorda di aver ricevuto la cartella di pagamento originaria, l’interessato dovrebbe recarsi presso gli sportelli di Equitalia e verificare quando ed a chi è stata notificata la cartella, facendosi rilasciare fotocopia o comunque una idonea certificazione. Lo Studio Legale Caredda, con la sua esperienza e professionalità, resta a disposizione di chi ha ricevuto questi preavvisi di fermo per un eventuale ricorso.

Illegittime tutte le ipoteche iscritte dalla società di riscossione Equitalia S.p.a. per debiti che non superano un ammontare complessivo di € 8.000,00.

La Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 4077 del 22 febbraio 2010, ha stabilito che sono illegittime le ipoteche iscritte sui beni immobili se il debito reclamato è inferiore ad € 8.000,00 e, se non se ne dà preavviso al contribuente. In altre parole, a fronte del mancato pagamento di tributi sino ad un ammontare complessivo di € 8.000,00 non si rischia più di vedersi mettere un’ipoteca sulla casa. Dunque, un altro punto lungamente dibattuto in giurisprudenza viene definitivamente chiarito dal Supremo Collegio secondo il quale l’iscrizione ipotecaria, quale atto preordinato e strumentale all’espropriazione immobiliare, soggiace al limite di cui all’art. 77 del D.P.R. 602/1973 e ss., e non può, di conseguenza, essere effettuata se il debito del contribuente non supera almeno gli 8.000,00 euro.

Quando i “conti” non tornano, secondo la legge, possiamo essere risarciti dalle banche. Uno dei problemi più gravi della nostra economia è rappresentato dall’usura bancaria, una fattispecie normativa introdotta dall’art. 644 del Codice Penale e riformulata dalla Legge n. 108 del 7 marzo 1996; l’intervento del legislatore ha contribuito ad ampliare l’ambito di applicazione del reato di usura e, conseguentemente l’area di tutela offerta dalla norma che, opera ogni qual volta il limite, ossia, il “tasso soglia d’usura”, posto dall’art. 2 della stessa Legge 108/96, venga superato.

Il tasso di usura: ogni tre mesi la Banca d’Italia stabilisce il tasso massimo d’interesse, “tasso soglia”, che le banche possono applicare ai loro clienti, quando questi chiedono un mutuo, un prestito o un fido. Quando questo tasso soglia viene superato, la banca commette usura; pertanto, i clienti possono chiedere la restituzione dei denari per vie legali. Per prima cosa ci si deve recare in banca e richiedere l’estratto conto; per legge la banca è obbligata a consegnare i documenti degli ultimi 10 anni, il contratto del conto corrente e il contratto di fido. Si possono controllare anche i conti correnti già chiusi, a meno che non siano trascorsi più di 10 anni altrimenti c’è la prescrizione.

Il mutuo ipotecario per l’acquisto della casa: quando firmiamo un contratto di mutuo con la banca, nel contratto troviamo quasi sempre la clausola TASSO DI MORA; essa riguarda i casi in cui c’è un ritardo nel pagamento di una rata: a quella rata si applicherà l’interesse più alto; l’applicazione di un interesse più alto è legale ma può diventare illegale qualora, sommato alla normale percentuale del mutuo, supera il tasso soglia. Un contratto “usurario” sin dall’origine è illegittimo solo perché è stato firmato. Se sono convenuti interessi usurai, non sono dovuti interessi.

La sentenza n. 350 della Suprema Corte di Cassazione, Sezione I, del 9 gennaio 2013, in tema di mutuo per l’acquisto prima casa, riassume il comportamento scorretto delle banche che sono state condannate per interessi usurai: “se sono convenuti interessi usurai, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.